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Marcus Tullius Cicero
Cato Maior de senectute
tradotto da Luigi Chiosi
Copyright © Luigi Chiosi, 2003 (usato con permesso)


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I. 1

"O Tito, se ti aiuterò ed allevierò l'angoscia, che ora ti brucia e ti tormenta confitta nel petto, quale premio avrò?"

Posso infatti rivolgermi a te, o Attico,1 con gli stessi versi con cui si rivolge a Flaminino

"quell'uomo, non di grandi ricchezze, ma pieno di lealtà."
Benché io sappia per certo che tu non, come Flaminino,
"sei angustiato così, o Tito, giorno e notte."2

Conosco infatti la misura e l'equilibrio del tuo animo, e mi rendo conto che da Atene non solo hai riportato il soprannome,3 ma anche cultura e saggezza. E tuttavia ho il sospetto che tu sia preoccupato per le stesse cose per le quali (lo sono) abbastanza seriamente io stesso; il consolarsi da esse è (impresa) assai ardua e da rimandare in altro momento.

Ora invece mi è parso opportuno comporre per te qualcosa sulla vecchiaia. 2 Infatti desidero sollevare te, e anche me stesso, di questo peso, che a me è in comune con te, della vecchiaia o che già incombe o che certamente si appresta. Sebbene sappia per certo che, come ogni cosa, tu la sopporti e la sopporterai con equilibrio e saggezza. Ma allorché volevo scrivere qualcosa sulla vecchiaia, tu mi ti presentavi alla mente degno di un tale dono, di cui l'uno e l'altro di noi possa godere in comune. E poi la stesura di questo libro mi è stata così piacevole che non solo ha spazzato via tutte le angosce della vecchiaia, ma mi ha anche reso la vecchiaia dolce e gradita. Mai dunque si potrà lodare abbastanza degnamente la filosofia: chi ad essa si conforma può trascorrere senza affanno ogni età della vita.

3 Ma su altri (argomenti) abbiamo già detto molte cose e spesso diremo; questo libro sulla vecchiaia lo abbiamo dedicato a te. Ho poi attribuito l'intero discorso non a Titone, come Aristone di Ceo4—infatti vi sarebbe poca autorevolezza in un mito—ma a Marco Catone il vecchio,5 affinché il discorso avesse una maggiore autorevolezza; accanto a lui rappresentiamo Lelio e Scipione,6 che ammirano il fatto che egli sopporti la vecchiaia tanto serenamente, e lui che risponde loro. E se ti sembrerà che egli discute con maggior erudizione di quanto fosse solito fare egli stesso nei suoi libri, attribuiscilo alla letteratura greca, di cui è risaputo che egli fosse stato in vecchiaia appassionato cultore. Ma che bisogno c'è di altre (parole)? Ormai infatti il discorso dello stesso Catone illustrerà il nostro pensiero sulla vecchiaia.

II. 4 SCIPIONE: Spesse volte mi è capitato di meravigliarmi, assieme al qui presente Caio Lelio, della tua straordinaria e perfetta saggezza in tutte le cose, Marco Catone, ma specie del fatto che non ho mai avuto la sensazione che ti sia gravosa la vecchiaia, la quale alla maggior parte dei vecchi è così odiosa che dicono di sostenere un peso più grave dell'Etna.

CATONE: Mi sembra, Scipione e Lelio, che voi vi stupiate di una cosa per nulla difficile. Infatti per coloro che non hanno in se stessi nulla che li aiuti a vivere bene e con serenità ogni età è gravosa; a quelli invece, che chiedono da sé ogni bene, non può sembrar male nulla che necessità di natura comporti. E in questo genere (di cose) vi è innanzitutto la vecchiaia. Tutti desiderano raggiungerla, poi la biasimano quando l'hanno raggiunta: tanta è l'incoerenza e la bizzarria della stoltezza! Dicono che essa coglie all'improvviso più presto di quanto avessero creduto. Prima di tutto, chi li ha indotti a pensare il falso? Forse che la vecchiaia subentra alla giovinezza più rapidamente di quanto la giovinezza (subentra) all'infanzia? E poi, quanto meno gravosa sarebbe ad essi la vecchiaia se avessero ottocento anni piuttosto che ottanta? Infatti una volta che è passata la vita vissuta, benché lunga, nessuna consolazione può lenire una stolta vecchiaia. 5 Perciò, se siete soliti stupirvi della mia saggezza—la quale possa esser degna del vostro giudizio e del mio soprannome7!—, sono saggio in questo, che io seguo la natura ottima guida come un dio e le obbedisco; non è verosimile che, mentre gli altri periodi della vita sono stati bene ripartiti, l'ultimo atto sia da essa stato trascurato come da un poeta senz'arte. Ma tuttavia era pur necessario che esistesse qualcosa di ultimo e, come nei frutti degli alberi e nei prodotti della terra, qualcosa quasi di vizzo e di caduco per maturità raggiunta; cosa che un saggio deve sopportare con rassegnazione: che altro è infatti il combattere contro gli dei al modo dei Giganti se non l'opporsi alla natura?

6 LELIO: Ebbene, o Catone, farai cosa molto gradita a noi, infatti lo chiedo anche a nome di Scipione, se impareremo da te molto prima in che modo possiamo sopportare molto più facilmente l'età che diventa più pesante, dal momento che speriamo, o almeno desideriamo, diventare vecchi.

CATONE: Certamente lo farò, Lelio, soprattutto se sarà, come affermi, cosa gradita per tutti e due.

LELIO: Vogliamo davvero, se non ti rincresce, Catone, vedere come sia questo punto cui sei arrivato, come se tu avessi percorso un lungo cammino, che anche noi dobbiamo intraprendere.

III. 7 CATONE: Farò come potrò, Lelio. Spesso, infatti, mi sono trovato in mezzo alle lamentele dei miei coetanei—infatti, come afferma un vecchio proverbio, i simili si accompagnano molto più facilmente coi simili—, come Caio Salinatore o Spurio Albino, già consoli, quasi miei coetanei, che erano soliti lagnarsi ora di essere privi di quei piaceri senza i quali giudicavano la vita vuota, ora di essere disprezzati da coloro dai quali solevano essere rispettati; mi sembrava che essi incolpassero ciò che non doveva essere incolpato: infatti, se ciò avvenisse per colpa della vecchiaia, le stesse cose accadrebbero a me e a tutti gli altri anziani, di molti dei quali ho sperimentato la vecchiaia priva di lamentele, e che non considerano cosa gravosa essere liberati dai legami dei piaceri e non sono trascurati dai propri amici e parenti. Ma la colpa di tutte le lamentele di questo genere sta nei costumi, non nell'età: infatti i vecchi equilibrati e non intrattabili né sgarbati trascorrono una vecchiaia sopportabile; invece l'intrattabilità e la scortesia costituiscono un peso ad ogni età.

8 LELIO: é come dici tu, o Catone; ma forse qualcuno dirà che a te la vecchiaia sembra più sopportabile per le tue sostanze, le tue ricchezze e il tuo prestigio, e che invece ciò non può toccare a molti.

CATONE: Eh sì, Lelio, questo è qualcosa, ma certo non è tutto. Come si dice che Temistocle8 abbia risposto in una disputa con un tale di Serifo,9 avendogli questo rinfacciato che egli aveva raggiunto la fama non per sua gloria ma per quella della patria: "Né, per Ercole, se io fossi di Serifo sarei diventato famoso, né tu se fossi stato di Atene." Cosa che allo stesso modo può applicarsi alla vecchiaia: infatti né nell'estrema indigenza può essere lieve la vecchiaia neppure per il saggio, né per lo stolto può essere non greve anche nella più copiosa ricchezza. 9 In genere, Scipione e Lelio, le più idonee armi della vecchiaia sono le arti e la pratica delle virtù, le quali, coltivate in ogni età, quando tu sia vissuto a lungo ed intensamente, producono frutti meravigliosi, non solo perché non lasciano mai soli, neppure nell'ultimo periodo della vita—benché ciò sia davvero la cosa più importante—ma anche perché la consapevolezza di una vita ben vissuta e il ricordo di molte buone azioni sono cose gradevolissime.

IV. 10 Ho voluto bene a Quinto Massimo,10 quello che riconquistò Taranto, come ad un coetaneo, pur essendo io adolescente e lui già vecchio: vi era infatti in quell'uomo una severità condita di cortesia e la vecchiaia non (ne) aveva mutato le abitudini. Per altro cominciai a stimarlo che non era molto anziano, ma tuttavia gia avanti negli anni: era stato infatti console per la prima volta l'anno successivo alla mia nascita, e io partii giovanetto soldato per Capua con lui console per la quarta volta e cinque anni dopo per Taranto. Come questore esercitai la magistratura sotto il consolato di Tuditano e Cetego, proprio quando lui, ormai vecchio, fu sostenitore della legge Cincia sui doni e le ricompense.11 Egli faceva la guerra come un ragazzo, pur essendo abbastanza vecchio, e con la sua pazienza fiaccava la giovanile baldanza di Annibale (lett.: Annibale giovanilmente imbaldanzito); di esso scrisse in modo egregio il mio amico Ennio:12

"Un sol uomo, temporeggiando, ha salvato la nostra patria;
infatti non anteponeva le chiacchiere alla nostra salvezza.
Dunque in seguito e sempre di più risplende la gloria dell'uomo."

11 E Taranto, poi, con che attenzione, con che accortezza la riconquistò! E fu allora che, alla mia presenza, rispose ridendo a Salinatore, il quale, perduta la città, era rimasto nella rocca, e si vantava dicendo: "Per opera mia, Quinto Fabio, hai riconquistato Taranto!". "Certo: infatti se tu non l'avessi perduta, mai io l'avrei riconquistata!". Inoltre non fu più eccellente nelle armi che nella toga: egli, nuovamente console, mentre il collega Spurio Carvilio rimaneva neutrale, si oppose fino a quando poté al tribuno della plebe Caio Flaminio, il quale, contro il volere del senato, intendeva dividere tra le singole persone l'agro Piceno e quello Gallico; ed essendo augure, osò dire che vengono fatte sotto i migliori auspici le cose fatte per la salvezza dello Stato; al contrario quelle che vanno contro lo Stato vanno fatte sotto auspici sfavorevoli. 12 Ho riscontrato in quell'uomo molte eccellenti qualità, ma nulla di più ammirabile del modo in cui egli sopportò la morte del figlio, uomo illustre e già console; è tra le mani (di tutti) l'elogio funebre; dopo averlo letto, quale filosofo sarà degno di considerazione? Né invero egli (era) grande solo in pubblico e davanti agli occhi dei cittadini, ma ancor più eccellente nella vita privata; che modo di discorrere, che insegnamenti, quanta conoscenza dell'antichità e scienza del diritto augurale! E, per essere un Romano, che vasta cultura letteraria: ricordava non solo tutti gli avvenimenti della patria, ma anche quelli esteri. Così avidamente godevo del suo insegnamento, quasi presagissi, cosa che poi avvenne, che morto lui non ci sarebbe stato più nessuno da cui imparare.

V. 13 Perché allora tante parole su Massimo? Perché senza dubbio vedete che sarebbe delittuoso etichettare come infelice una simile vecchiaia. Tuttavia non tutti possono essere degli Scipioni o dei Massimi per ricordarsi prese di città, battaglie terrestri e navali, guerre da loro combattute o trionfi. Ma anche la vecchiaia di una vita vissuta in pace, senza macchia e virtuosamente, è tranquilla e lieve, quale sappiamo sia stata (quella) di Platone, che morì a ottantuno anni mentre scriveva, o quella di Isocrate, che dice di aver scritto il libro intitolato "Panatenaico" a novantaquattro anni e ne visse poi altri cinque; il suo maestro, Gorgia da Leontini, compì centosette anni e non smise mai di studiare lavorare; e quando gli si chiedeva perché volesse vivere tanto a lungo, rispondeva: "Non ho nulla di cui incolpare la vecchiaia!". Risposta magnifica e degna di un uomo colto! 14 Infatti gli stolti attribuiscono alla vecchiaia i propri vizi e le proprie mancanze. Cosa che non faceva colui di cui feci menzione poco fa, Ennio:

"Come un focoso destriero, che spesso nel tratto finale
vinse ad Olimpia, ora riposa sfinito dalla vecchiaia...".

Egli paragona la sua vecchiaia a quella di un cavallo forte e vittorioso. Voi lo potete di certo ben ricordare: infatti diciannove anni dopo la sua morte furono eletti gli attuali consoli Tito Flaminino e Marco Acilio; egli poi morì quando erano consoli Cepione e, per la seconda volta, Filippo, quando io, allora sessantacinquenne, sostenni a voce alta e con buoni polmoni la legge Voconia.13 Ma a sessant'anni—tanti infatti ne visse Ennio—sopportava i due pesi che sono ritenuti i più gravosi, la povertà e la vecchiaia, in una maniera tale da sembrare quasi compiacersene.

15 In realtà, quando riassumo (la questione) nel mio animo, trovo quattro ragioni per le quali la vecchiaia appare infelice: la prima, perché allontana dalle attività; la seconda, perché rende il corpo più debole; la terza, perché priva di quasi tutti i piaceri; la quarta, perché non è molto lontana dalla morte. Di tali ragioni, se vi aggrada, vediamo ora quanto sia fondata ciascuna.

VI. La vecchiaia allontana dalle attività—Da quali? Da quelle che si compiono in gioventù e con le energie? Forse non ve n'è nessuna senile che, anche col corpo debole, si possa tuttavia esercitare con la mente? Non faceva nulla, dunque, Quinto Massimo, niente Lucio Paolo, tuo padre, suocero di quell'eccellente uomo di mio figlio?14 E gli altri vecchi, i Fabrizi, i Curii, i Coruncani, non facevano niente quando difendevano con giudizio ed purità lo Stato? 16 Alla vecchiaia di Appio Claudio si aggiungeva anche il fatto di essere cieco; tuttavia egli, quando il parere del senato propendeva a stipulare la pace con Pirro ed a farselo alleato, non esitò a pronunciare quelle parole che Ennio espose in versi:

"Dove le vostre menti, che finora solevano
rimanere diritte, piegarono dementi il cammino?"

e tutto il resto con molta severità; vi è infatti noto il poema; e del resto esiste ancora il discorso dello stesso Appio. Eppure egli fece queste cose diciassette anni dopo il secondo consolato, quando erano trascorsi dieci anni tra i due consolati ed era stato censore prima del consolato iniziale; da ciò si capisce che era abbastanza anziano durante la guerra di Pirro; e tuttavia così abbiamo appreso dai nostri padri. 17 Nulla dunque portano a sostegno coloro che affermano che la vecchiaia non può prender parte alla vita pubblica, e sono simili a chi dicesse che il timoniere non fa nulla durante la navigazione, perché alcuni si arrampicano sugli alberi, altri corrono per il ponte, altri svuotano la sentina, egli invece se ne sta tranquillo seduto a poppa reggendo il timone. Non fa le cose che fanno i giovani, ma molte di più e di migliori: le cose importanti non vengono compiute con le forze, la rapidità o l'agilità del corpo, ma col senno, l'autorità, la capacità di giudizio, di cui la vecchiaia di solito non solo non si priva, anzi si arricchisce.

18 A meno che, dopo aver io partecipato da soldato semplice, da tribuno, da luogotenente e da console a varie specie di guerre, vi sembri che ora me ne stia inerte perché ho smesso di combattere. Ma consiglio al senato quali (guerre) siano da combattere e in che modo: a Cartagine, che già da tempo trama contro di noi, molto prima dichiaro guerra: non smetterò di temerla prima di averla saputa rasa al suolo. 19 Vogliano gli dei immortali, o Scipione, riservarti questa palma, perché tu possa portare a termine l'impresa lasciata incompiuta di tuo nonno15! Dalla sua morte sono passati trentatré anni, ma tutti gli anni a venire serberanno il ricordo di quell'uomo. Morì l'anno prima che io divenissi censore, nove anni dopo il mio consolato e fu eletto console per la seconda volta mentre io ero console. Forse che se fosse vissuto fino a cento anni si sarebbe rammaricato della sua vecchiaia? Certo non avrebbe praticato la corsa, il salto, né il lancio del giavellotto o il corpo a corpo con le spade, ma il senno, l'intelletto, la capacità di giudizio. Se queste qualità non fossero presenti nei vecchi, i nostri antenati non avrebbero chiamato "senato" il supremo consesso.

20 Inoltre presso gli Spartani coloro che reggono il più elevato magistero, come sono, così sono detti "anziani". Se poi volete leggere o ascoltare la storia delle nazioni straniere, troverete che grandissimi Stati, mandati alla rovina dai giovani, dai vecchi sono stati sostenuti e rimessi in sesto.

"Dite, come avete perduto in così poco tempo il nostro
Stato così potente?"

così infatti domandano nel "Ludo" del poeta Nevio; tra le altre risposte, vi è anzitutto questa:

"Spuntavano nuovi oratori, stolti giovincelli."

Giustamente: la temerarietà è tipica dell'età in fiore, la saggezza di quella al declino.

VII. 21 Ma la memoria diminuisce—Certamente, se non la tieni in esercizio, o anche se per natura sei un po' tardo. Temistocle sapeva a memoria il nome di tutti i suoi concittadini; ebbene, credete forse che, avanzato negli anni, solesse salutare come Lisimaco chi era Aristide? Quanto a me, non solo conosco quelli che ora sono vivi, ma anche i loro padri e i loro nonni, e non ho paura, quando leggo gli epitaffi sui sepolcri, di perdere, come si dice, la memoria: infatti, quando li leggo, rinnovo il ricordo dei morti. E in verità non ho mai sentito di nessun vecchio che avesse dimenticato dove aveva nascosto il tesoro; ricordano tutto ciò che hanno a cuore, gli impegni presi di comparire,16 i loro debitori e i loro creditori. 22 E i giureconsulti, e i pontefici, e gli àuguri, e i filosofi, quante cose ricordano pur da vecchi! Nei vecchi rimangono le capacità intellettuali, purché rimangano l'applicazione e l'operosità, e ciò non solo negli uomini famosi ed altolocati, ma anche nella vita privata e tranquilla. Sofocle compose tragedie sino all'estremo limite della vecchiaia; poiché per questa sua passione sembrava trascurare il patrimonio di famiglia, fu citato in giudizio dai figli affinché, allo stesso modo in cui secondo il nostro costume si è soliti interdire i padri che male amministrano il patrimonio, così i giudici lo allontanassero, come se fosse un rimbambito, dal patrimonio domestico; allora si narra che il vecchio recitasse davanti ai giudici quella tragedia che aveva tra le mani e che da poco aveva composto, l'Edipo a Colono, e chiedendo poi se ad essi quel carme sembrava opera di un rimbambito; dopo averla declamata, fu prosciolto dalla sentenza dei giudici. 23 Forse dunque lui, forse Omero, Esiodo, Simonide, Stesicoro, forse quelli che ho citato prima, Isocrate e Gorgia, forse i primi tra i filosofi, Pitagora, Democrito, Platone, Senocrate, forse poi Zenone, Cleante e quello che anche voi avete visto a Roma, Diogene lo stoico, li ridusse la vecchiaia al silenzio nei loro studi? O in tutti la pratica degli studi non durò quanto la vita?

24 Ebbene, per tralasciare questi studi divini, potrei citare i contadini romani dell'agro sabino, miei vicini ed amici, in assenza dei quali non si esegue quasi mai nessun lavoro nei campi di una certa importanza, non si semina, non si raccolgono i frutti né si mettono da parte. Benché in essi ci sia meno da meravigliarsi: nessuno infatti è vecchio a tal punto da non ritenere di poter vivere ancora un anno; ma essi si danno da fare anche in cose che sanno che in nessun modo possono essere loro utili:

"Pianta alberi, che saranno utili alla generazione ventura."

Come dice il nostro Stazio17 nei Sinefebi. 25 E in verità l'agricoltore, per quanto vecchio sia, non esita a rispondere a chi gli chiede per chi sta seminando: "Per gli dei immortali, i quali hanno voluto che non solo ricevessi queste cose dai miei avi, ma anche che le trasmettessi ai miei discendenti."

VIII. E Cecilio [Stazio], circa il vecchio che sta attento alla generazione ventura, dice meglio di quando dice:

"Per Polluce, vecchiaia, se non portassi con te nessun altro male
quando arrivi, questo solo basterebbe: che vivendo a lungo si
vedono molte cose che non si vorrebbero vedere",

e molte forse che si vorrebbero vedere! Ma spesso anche la giovinezza si imbatte in cose in cui non vorrebbe imbattersi. Ed ecco Cecilio in modo ancor più erroneo:

"Inoltre nella vecchiaia questo penso sia il male peggiore:
accorgersi in quella età di essere di peso agli altri."

26 Gradito più che di peso! Come infatti i vecchi saggi provano diletto dai giovani dotati di buon carattere e più lieve si rende la vecchiaia di coloro che sono rispettati ed amati dalla gioventù, così i giovani traggono vantaggio dagli insegnamenti dei vecchi, dai quali vengono guidati alla pratica delle virtù; e so di essere a voi gradito non meno di quanto voi lo siate a me.

Perciò vedete come la vecchiaia non solo non sia fiacca ed inoperosa, ma invece attiva e sempre intenta a fare qualcosa e ad affaccendarsi, naturalmente secondo quale sia stata l'attitudine di ciascuno nella vita passata. E quelli che aggiungono qualcosa a ciò che già conoscono? Come ad esempio vediamo vantarsi in versi Solone, il quale afferma di diventare vecchio imparando ogni giorno qualcosa di più, ed anche io l'ho fatto, io che da vecchio ho studiato la letteratura greca; e mi ci sono applicato con tanta avidità, come fossi desideroso di estinguere una lunga sete, che ora mi sono note quelle stesse cose di cui ora mi vedete fare uso come esempi. E sentendo che ciò ha fatto Socrate con la cetra, avrei voluto farlo anche io—infatti gli antichi imparavano a suonare la cetra-, ma almeno mi sono dedicato alle lettere.

IX. 27 E neppure ora rimpiango le forze di un giovane—questo era infatti il secondo punto circa i difetti della vecchiaia—non più di quanto, da giovane, non desiderassi (quelle) di un toro o di un elefante. È giusto fare uso di quel che c'è e qualunque cosa tu faccia farla secondo le forze. Quale discorso, infatti, può essere più spregevole di quello di Milone di Crotone? Il quale, essendo ormai vecchio e vedendo degli atleti allenarsi in palestra, si dice che abbia volto lo sguardo ai suoi muscoli e piangendo abbia detto: "Ma questi ormai sono di certo morti." In verità non tanto essi quanto tu stesso, sciocco! Mai infatti sei stato reso celebre da te stesso, ma per mezzo dei tuoi polmoni e dei tuoi muscoli, Nulla di simile (disse) Sesto Elio,18 nulla molti anni prima Tiberio Coruncanio,19 nulla di recente Publio Crasso,20 dai quali venivano impartite prescrizioni giuridiche ai cittadini; la loro competenza si protrasse fino all'ultimo respiro. 28 L'oratore, temo, s'indebolisce con la vecchiaia; il suo impegno infatti non consiste solo nell'intelletto, ma anche nei polmoni e nelle forze. In verità la sonorità della voce ha un vivo spicco, non so in che modo, anche nella vecchiaia; da parte mia finora non l'ho perduto, e voi vedete gli anni (che ho). Ma tuttavia si addice ad un vecchio un parlare garbato e tranquillo, e un discorso pacato e disteso di un vecchio eloquente si fa ascoltare di per se stesso. Se non potessi farlo, potresti tuttavia dare insegnamenti a Scipione ed a Lelio: cosa vi è infatti di più piacevole di una vecchiaia circondata dagli ardori della gioventù? 29 Forse che non lasceremo alla vecchiaia neppure tali forze, da istruire, formare, preparare i giovani ad assolvere ad ogni dovere? Cosa in verità può esservi più nobile di questo incarico? Certo Gneo e Publio Scipione e i tuoi due nonni, Lucio Emilio e Publio Africano, mi sembravano fortunati per il seguito di nobili giovani, né alcun maestro di arti liberali non deve essere considerato felice, benché le forze si siano invecchiate e lo abbiano abbandonato. Del resto questo stesso venir meno delle forze avviene più spesso per i vizi della giovinezza che della vecchiaia: infatti una giovinezza dissoluta ed intemperante consegna alla vecchiaia un corpo svigorito. 30 Ciro, poi, come scrive Senofonte,21 nel discorso che tenne in punto di morte, quando era molto vecchio, afferma di non essersi mai accorto che la sua vecchiaia fosse diventata priva di forze più di quanto non lo fosse la sua giovinezza. Ricordo che quando io ero fanciullo, Lucio Metello, il quale, essendo stato nominato pontefice massimo quattro anni dopo il suo secondo consolato, esercitò tale sacerdozio per ventidue anni, era in forze cosè vigorose nell'ultimo periodo della vita, da non rimpiangere la giovinezza. Non è necessario che io dica nulla di me stesso, benché proprio ciò sia cosa da vecchi e venga concesso alla nostra età.

X. 31 Non vedete come in Omero molto spesso Nestore22 si vanti delle proprie virtù? Ormai vedeva infatti la terza generazione di uomini, e non doveva aver timore, vantandosi di cose vere, di sembrare troppo arrogante o loquace: e infatti, come dice Omero, "dalla sua lingua il discorso fluiva più dolce del miele." Per tale dolcezza non aveva bisogno di alcuna forza del corpo; e tuttavia quel grande condottiero della Grecia23 in nessun luogo preferisce disporre di dieci (condottieri) simili ad Aiace,24 ma a Nestore; e se ciò gli accadesse, non ha dubbi che Troia sarebbe espugnata in breve tempo.

32 Ma torniamo a me: sono nell'ottantaquattresimo anno di età; vorrei davvero potermi vantare della stessa cosa di (cui si vanta) Ciro, ma tuttavia questo posso dire, che non ho di certo quelle energie che avevo da soldato semplice durante la guerra Punica o da console in Spagna o quattro anni dopo, quando combattei strenuamente come tribuno militare alle Termopili sotto il console Manio Acilio Glabrione, ma tuttavia, come constatate voi stessi, la vecchiaia non mi ha infiacchito del tutto, né mi ha abbattuto, e non rimpiangono le mie forze né il senato, né i rostri,25 né gli amici, né i clienti, né gli ospiti. Ed infatti mai ho approvato quell'antico e lodato proverbio che consiglia di diventar vecchio per tempo, se desideri rimaner vecchio a lungo; invece io preferirei essere meno a lungo vecchio che diventarlo prima di esserlo. Perciò finora a nessuno che ha voluto incontrarsi con me è stato risposto che ero occupato (lett.: nessuno finora ha voluto incontrarsi con me, per il quale io sia stato occupato).

33 Ma io ho meno forze di ognuno di voi due—. Neppure voi avete le forze del centurione Tito Ponzio; forse per questo motivo egli è superiore? Purché vi sia una certa moderazione delle forze e ognuno faccia affidamento solo su quello che gli è possibile, per non essere preso da grande mancanza di forze. Si dice che Milone abbia attraversato lo stadio di Olimpia portando un bue sulle spalle. Ebbene preferiresti che ti vengano date queste forze del corpo o quelle dell'ingegno di Pitagora? Insomma, usa di questo bene finché c'è; quando non c'è più, non lo rimpiangere, a meno che gli adolescenti debbano rimpiangere l'infanzia e, un po' più avanti negli anni, l'adolescenza. Il corso della vita è stabilito e unica è la via della natura e semplice e a ciascuna parte della vita è stato assegnato un tempo opportuno, in modo che sia la debolezza dei fanciulli, sia la baldanza dei giovani, sia la serietà dell'età ormai consolidata, sia la maturità della vecchiaia, abbiano un che di naturale che deve essere colto a suo tempo. 34 Credo che tu, Scipione, sappia cosa fa oggi a novant'anni Massinissa,26 che fu ospite di tuo nonno: quando inizia un cammino a piedi, non monta mai a cavallo; quando invece (lo inizia) a cavallo, non smonta mai da cavallo; da nessuna pioggia, da nessun freddo è indotto a stare col capo coperto; vi è in lui un'estrema asciuttezza del corpo; in tal modo può assolvere ad ogni impegno e funzione di un re. Dunque anche nella vecchiaia l'esercizio e la moderazione possono preservare qualcosa dell'antico vigore.

XI. Nella vecchiaia non ci sono forze—. Nemmeno si pretendono forze dalla vecchiaia. Dunque, sia per legge che per consuetudine, la nostra età è priva di quelle cose che non si possono sopportare senza le forze. E così non siamo costretti (a fare) non solo ciò che non possiamo, ma neppure quanto possiamo.

35 Ma molti vecchi sono così deboli da non poter assolvere a nessuna incombenza del loro dovere o addirittura della loro vita—. Ma questo, in verità, non è un difetto proprio della vecchiaia, ma in generale dello stato di salute. Come fu debole il figlio di Publio Africano,27 colui che ti adottò! Di che debole o addirittura inesistente salute! Se non fosse stato così, sarebbe diventato un secondo faro della città: infatti alla grandezza d'animo paterna aggiungeva una più vasta cultura. Dunque cosa c'è da meravigliarsi se talora i vecchi siano ammalati, quando neppure i giovani possono evitare ciò? Bisogna resistere alla vecchiaia, Lelio e Scipione, e bilanciarne i difetti con cura, bisogna combattere come contro una malattia così contro la vecchiaia ed aver riguardo della salute, 36 far uso di misurati esercizi, assumere quel tanto di cibo e di bevanda da rifocillare le forze, non da opprimerle.

E di certo non bisogna provvedere solo al corpo, ma molto di più alla mente ed allo spirito: infatti anche questi, se non vi versi olio come in una lucerna, si spengono con la vecchiaia; e mentre i corpi si infiacchiscono per il peso degli esercizi, gli animi invece diventano leggeri con l'esercizio. Infatti quelli che Cecilio
28 etichetta come "stolti vecchi da commedia", sono i creduloni, gli smemorati, i dissoluti, difetti che appartengono non alla vecchiaia, ma ad una vecchiaia inerte, pigra, sonnacchiosa. Come l'insolenza ed il piacere sono più dei giovani che dei vecchi, e tuttavia non di tutti i giovani, ma di quelli non dabbene, così questa demenza senile, che suole chiamarsi rimbambimento, è dei vecchi sconsiderati, non di tutti: 37 Appio29 amministrava quattro vigorosi figli, cinque figlie, una così grande casa, una così cospicua clientela: infatti aveva l'animo teso come un arco e non soccombeva infiacchito alla vecchiaia; aveva non solo l'autorità, ma anche il comando sui suoi: lo temevano i servi, lo rispettavano i figli, tutti lo avevano caro; regnava, in quella casa, il costume tradizionale e la disciplina. 38 Così infatti la vecchiaia è degna di stima, se si difende da sola, se conserva il proprio diritto, se non è assoggettata a nessuno, se fino all'ultimo respiro comanda ai suoi. Come infatti approvo il giovane nel quale alberga qualcosa di senile, così (approvo) il vecchio nel quale vi è qualcosa del giovane; e chi mette in pratica questo, potrà anche essere vecchio nel corpo, giammai lo sarà nello spirito.

Ho tra le mani il settimo libro delle Origini, raccolgo tutti i documenti dell'antichità, ora sto mettendo a punto i discorsi delle cause famose che ho patrocinato, tratto il diritto degli àuguri, dei pontefici, il diritto civile, pratico molto anche le lettere greche e, secondo il costume dei Pitagorici, per esercitare la memoria richiamo alla mente la sera quel che ho detto, sentito o fatto durante il giorno. Questi sono gli esercizi dell'intelletto, questa la palestra della mente, dove sudando e faticando non rimpiango più di tanto le forze del corpo. Assisto i miei amici, vengo spesso in senato e vi apporto di mia iniziativa cose meditate molto e a lungo, e le difendo con le forze dello spirito, non (con quelle) del corpo. Se non fossi in grado di fare questo, mi conforterebbe tuttavia il mio divano, dove mediterei sulle stesse cose che ormai non posso portare a termine; ma la vita passata fa sì che io possa (compierle): infatti chi vive sempre tra questi studi e queste occupazioni non si accorge quando la vecchiaia si insinua; così piano piano, senza accorgersene, la vita invecchia, e non si interrompe all'improvviso, ma si spegne in una lunga durata

XII. 39 Segue la terza critica alla vecchia, cioè dicono che essa sia priva di piaceri. O magnifico dono dell'età, se davvero ci toglie ciò che nella giovinezza c'è di peggiore! Ascoltate infatti, ottimi giovani, quell'antico discorso di Archita di Taranto,30 uomo grande e famosissimo, che mi fu riferito quando da giovane ero a Taranto con Quinto Massimo. Egli diceva che nessuna peste è stata data agli uomini, da parte della natura, più funesta del piacere dei sensi e le passioni, avide di tale piacere, vengono spinte a goderne in modo cieco ed avventato. 40 Da qui nascono i tradimenti della patria, da qui i colpi di stato, da qui le intese segrete con i nemici, perciò non vi è nessun delitto, nessun misfatto a compiere il quale non induca la bramosia del piacere; e poi stupri e adulteri e ogni scandalo di tal fatta, da nessun'altra lusinga sono alimentati se non (da quella) del piacere; e poiché all'uomo o la natura o qualche dio nulla ha dato più nobile della mente, a questo favore e a questo dono divino niente è così nemico come il piacere. 41 E infatti, quando domina la libidine, non vi è posto per la moderazione, e insomma nel regno del piacere non può esistere virtù. E affinché ciò meglio si capisse, consigliava di immaginare un uomo eccitato dal maggior piacere del corpo che si potesse provare: pensava che per nessuno sarebbe stato in dubbio che, fintantoché godesse così tanto a lungo, non potesse meditare su nulla, né a nulla giungere col ragionamento o col pensiero. Pertanto nulla è così detestabile quanto il piacere, se è vero che esso, quando è troppo intenso e duraturo, spegne ogni lume dello spirito. Queste parole disse Archita a Caio Ponzio Sannita, padre di colui dal quale i consoli Spurio Postumio e Tito Veturio furono sconfitti nella battaglia di Caudio, e Nearco di Taranto, nostro ospite, che era rimasto fedele al popolo Romano, diceva di averle apprese dai suoi avi, essendo poi stato presente a quel discorso Platone di Atene, che, come mi risulta, era venuto a Taranto quando erano consoli Lucio Camillo e Appio Claudio.

42 Dove va a parare ciò? Affinché capiate che, se non potessimo respingere il piacere con la ragione e la saggezza, dovremmo essere molto grati alla vecchiaia, che fa sì che non ci sia gradito ciò che non si deve. Infatti il piacere ostacola il senno, è nemico della ragione, offusca, per così dire, gli occhi della mente, e non ha alcun rapporto con la virtù. Malvolentieri feci in modo da espellere dal senato Lucio Flaminino, fratello del valorosissimo Tito Flaminino, sette anni dopo che era stato console, ma ritenni di censurarne la dissolutezza. Egli infatti, quando era console in Gallia, durante un banchetto fu indotto da una prostituta a decapitare con una scure uno di coloro che erano in carcere, condannati a morte. Egli, quando era censore suo fratello Tito, se la cavò; in nessun modo poté essere ammessa da me e da Flacco31 una dissolutezza tanto funesta e depravata, che aggiungeva all'infamia privata il disonore della carica.

XIII. 43 Ho sentito spesso da persone più anziane di me, le quali dicevano a loro volta i averlo appreso, fanciulli, dai loro vecchi, che Caio Fabrizio era solito meravigliarsi del fatto che, quando era ambasciatore presso il re Pirro, aveva sentito dal Tessalo Cinea che vi era uno ad Atene che si professava saggio eppure diceva che tutto quel che facciamo deve tendere al piacere.32 E inoltre che Manlio Curio e Tiberio Coruncanio, udendo ciò da lui, solevano augurarsi che di ciò si persuadessero i Sanniti e lo stesso Pirro, poiché sarebbero potuti più facilmente essere sconfitti se si fossero dati ai piaceri. Manlio Curio era vissuto con Publio Decio il quale, cinque anni prima che (Curio) fosse console, si era sacrificato per la patria quando era console per la quarta volta; lo conosceva Fabrizio, lo conosceva Coruncanio; i quali, come dalla loro vita così dal gesto di quel Decio di cui parlo, credevano che certamente vi fosse in natura qualcosa di bello e altamente nobile, che sia ricercato per se stesso e che, disprezzando e condannando il piacere, tutti i migliori perseguano. 44 A che dunque tante parole sul piacere? Perché non solo nessun rimprovero, ma anzi grandissima lode costituisce per la vecchiaia il fatto che essa non sente assolutamente la mancanza di alcun piacere. Ignora i festini e le mense imbandite e le continue libagioni; ignora dunque anche l'ubriachezza, le indigestioni e le notti in bianco.

Ma se qualcosa bisogna pur concedere al piacere, dato che non resistiamo facilmente alle sue lusinghe—infatti Platone definisce divinamente "esca dei mali" il piacere, perché da esso chiaramente gli uomini vengono catturati come pesci—benché la vecchiaia ignori festini smodati, tuttavia può trarre diletto da conviti moderati. Spesso, quando ero fanciullo, vedevo Caio Duilio, figlio di Marco, che per primo aveva sconfitto i Cartaginesi in una battaglia navale, mentre tornava a casa da cena: provava diletto (a farsi accompagnare) da una torcia di cera e da un flautista, cose che si era attribuito da privato cittadino senza alcun esempio:
33 tanta licenza gli dava la sua gloria! 45 Ma perché (parlo) di altri? Torno subito a me stesso. Innanzitutto ho sempre avuto compagni di sodalizio; e d'altra parte i sodalizi sono stati costituiti quando io ero questore e furono accolti i riti idei della Grande Madre.34 Banchettavo dunque con i miei compagni in maniera molto parca, ma vi era un certo ardore dell'età, con l'avanzare della quale tutto diventa di giorno in giorno più pacato; e infatti misuravo il diletto di questi conviti non tanto dai piaceri dei sensi quanto dalla compagnia e dai discorsi degli amici. Bene infatti i nostri padri chiamarono "convivio" il prender posto a tavola con gli amici, perché comporta una comunione di vita, meglio dei Greci, che lo definiscono ora "bere assieme" ora "cenare assieme", cosicché sembra che essi apprezzino molto di più ciò che in questo genere di cose vale assai di meno.

XIV. 46 In realtà proprio per il piacere della conversazione trovo diletto anche in banchetti prolungati, e non solo con i miei coetanei, che ormai sono rimasti molto pochi, ma anche con quelli della vostra età e assieme a voi, e provo profonda riconoscenza per la vecchiaia, che ha fatto crescere in me la voglia di conversare, mentre mi ha tolto (quella) di mangiare e di bere. Se poi queste cose piacciono a qualcuno—per non sembrare del tutto che io abbia dichiarato guerra al piacere, di cui forse esiste un limite naturale—, penso che neppure in questi piaceri la vecchiaia sia priva di sensibilità. Anzi a me piacciono i magisteri conviviali, istituiti dai nostri antenati,35 e quel discorrere che, secondo il costume dei padri, comincia dal posto d'onore con la coppa in mano,36 e le coppe, come nel "Simposio" di Senofonte, "piccole e stillanti", e il fresco d'estate e al contrario il sole o il fuoco d'inverno; cose che io sono solito praticare anche in Sabina, e ogni giorno riempio di vicini il banchetto, che prolunghiamo in vari discorsi quanto più possiamo fino a notte inoltrata.

47 Ma nei vecchi non è tanto grande, per così dire, il solletico dei piaceri. é così, ma neanche ne sentono la mancanza; d'altronde non è fastidioso ciò di cui non senti la mancanza. Bene rispose Sofocle, quando a lui già avanti negli anni si rivolse un tizio per chiedergli se godesse ancora dei piaceri di Venere: "Gli dei me ne scampino! Ben volentieri sono fuggito da essi, come da un padrone zotico e violento." Infatti per coloro che sono avidi di queste cose l'esserne privi è forse cosa odiosa e pesante; mentre per chi ne è sazio e soddisfatto è più piacevole esserne privi che goderne; quantunque non è privo colui che non sente la mancanza; dunque affermo che è più piacevole non sentirne la mancanza. 48 Se poi la verde età gode più volentieri di questi piaceri, innanzitutto gode di piccole cose, come ho detto, e poi di quelle cose di cui la vecchiaia, benché non ne disponga in abbondanza, non è del tutto priva. Come chi siede in prima fila più si diletta di Turpione Ambivio,37 ma anche si diletta chi (siede) in ultima fila, così la giovinezza, che guarda i piaceri da vicino, forse se ne allieta di più, ma anche la vecchiaia , che li guarda da lontano, se ne allieta quel tanto che basta.

49 Ma quanto è importante che l'animo sia con se stesso e, come si dice, viva con se stesso, dopo essersi congedato dalla libidine, dall'ambizione, dalle contese, dalle inimicizie, da tutte le passioni! Se poi esso ha, per così dire, un pascolo di studio e di cultura, nulla è più piacevole di una vecchiaia libera da occupazioni. Vedevamo Caio Galo,38 amico di tuo padre, o Scipione, macerarsi nell'intento di misurare quasi il cielo e la terra; quante volte la luce del giorno lo sorprese a disegnare qualcosa iniziata di notte, quante volte la notte quando aveva iniziato il mattino! Come gli piaceva predirci molto anzitempo le eclissi di sole e di luna! 50 E che dire di occupazioni più leggere, ma tuttavia profonde? Quanto godeva della sua "Guerra Punica" Nevio! Quanto Plauto del suo "Truculento", quanto del suo "Pseudolo"! Ho visto anche Livio già vecchio,39 il quale, avendo allestito un dramma sei anni prima che io nascessi, sotto il consolato di Ceutone e Tauditano, visse fino alla mia fanciullezza. E che dire dell'impegno nel diritto civile e pontificale di Publio Licinio Crasso, o di quello del nostro Publio Scipione, che in questi pochi giorni è stato eletto pontefice massimo? E tutti costoro che ho ricordato li abbiamo visti da vecchi ardere in questi studi. E con quanto impegno vedevamo esercitarsi, anche da vecchio, nell'eloquenza Marco Cetego, che Ennio giustamente definì "midollo della Persuasione"! Quali piaceri, dunque, di banchetti, di giochi o di prostitute sono paragonabili a questi piaceri? E questi appunto sono gli studi del sapere, che certamente crescono di pari passo con l'età per coloro che sono assennati e ben istruiti, così che è lodevole quel che afferma Solone in un suo versetto, come ho detto prima, che egli invecchia imparando ogni giorno molte cose. Certo nessun piacere può essere più grande di questo piacere dell'animo.

XV. 51 Vengo ora ai piaceri dei contadini, dei quali mi diletto in modo incredibile; ed essi non sono ostacolati in nessun modo dalla vecchiaia e mi sembra che siano particolarmente conformi alla vita del saggio. Infatti i contadini hanno un rapporto con la terra, la quale mai rifiuta il loro comando né mai restituisce senza interesse quel che ha ricevuto, ma talvolta ad un tasso minore, il più delle volte maggiore. Per quanto mi diletti non solo il profitto, ma anche il vigore e la natura della terra stessa: la quale, quando ha accolto nel suo grembo soffice e smosso il seme gettato, prima lo tiene occultato—da cui "occatio" è detta tale operazione,40 poi, riscaldato con l'alito e col suo abbraccio, lo schiude e fa venir fuori da esso un'erbescente verdezza che, salda sulle fibre delle radici, a poco a poco cresce, e levandosi sul gambo nodoso, quasi pubescente viene avvolto da guaine, dalle quali, quando vien fuori, produce un frutto costituito come una spiga e contro le beccate degli uccellini si difende con una schiera di reste. 52 Perché dovrei ricordarvi la semina, la nascita e la crescita delle viti? Non mi posso saziare di questo piacere—perché conosciate la serenità e la gioia della mia vecchiaia—:tralascio infatti la forza propria di tutto quel che è generato dalla terra, la quale procrea, dal minuscolo grano di fico o dal vinacciolo di un chicco o dai piccolissimi semi degli altri frutti e piante, tronchi e rami così grossi; magliuoli, germogli, tralci, talee, propaggini, non fanno forse in modo da dilettare ciascuno con ammirazione? Quanto alla vite, che per natura tende a cadere e, se non viene sorretta, si abbatte a terra, essa stessa, per reggersi, si abbarbica coi suoi viticci a qualsiasi cosa trovi; e l'agricoltore la frena amputandola con la falce mentre serpeggia in un tortuoso ed errabondo cammino, affinché non inselvatichisca di tralci e non si diffonda smodata in ogni direzione. 53 E così, all'inizio della primavera, in quelle parti che sono rimaste integre, spunta quasi alle giunture dei tralci la cosiddetta gemma; dalla quale si mostra nascendo l'uva, che, ingrossandosi con l'umore della terra e con il calore del sole, dapprima è molto aspra al gusto, quindi si addolcisce maturando e vestita di pampini non manca del giusto tepore e si protegge dagli eccessivi ardori del sole. Che cosa può esistere di più rigoglioso di essa nella resa o di più bello nell'aspetto? E poi non solo mi dà diletto la sua utilità, come ho detto prima, ma anche la sua coltivazione e la natura stessa, l'ordine dei filari, il congiungimento delle cime, la legatura e la propagginazione delle viti, quella potatura, che ho detto prima, di alcuni tralci e il lasciarne crescere altri. Che dire poi delle irrigazioni, dello sterro e delle rizappature del terreno, attraverso le quali si rende la terra più feconda? E che dire dell'utilità del concimare? 54 Ne ho parlato nel libro che ho scritto sulle cose dei campi;41 di esse neppure il dotto Esiodo ha fatto parola quando ha scritto sulla coltivazione dei campi;42 ma Omero, che visse, mi sembra, generazioni precedenti, rappresenta Laerte che cerca di lenire la nostalgia del figlio che lo afferrava, mentre coltiva un podere e lo concima. E inoltre non solo di messi e di prati e di vigne e di arbusti è rigogliosa la campagna, ma anche di orti e di frutteti, poi di pascoli di bestiame, di sciami d'api, di ogni varietà di fiori. E non solo fanno piacere le piantagioni, ma anche gli innesti, dei quali nulla ha trovato l'agricoltura di più ingegnoso.

XVI. 55 Potrei trattare dei piaceri delle faccende campestri; ma mi accorgo che quel che ho detto è stato un po' lungo; comunque perdonatemi: infatti mi sono lasciato prendere dalla passione per le cose campestri e poi la vecchiaia, per sua natura, è un po' loquace—per non sembrare che io la voglia preservare da ogni difetto—. Dunque in questo genere di vita Manlio Curio, dopo aver trionfato sui Sanniti, sui Sabini e su Pirro, passò gli ultimi anni di vita; ed io poi, contemplando la sua villa—non è infatti lontana da me—, non posso ammirare quanto basta sia la parsimonia dell'uomo sia la severità dei tempi: avendo i Sanniti portato a Curio, che sedeva presso il fuoco, una gran quantità d'oro, furono da lui cacciati via: infatti disse che non gli sembrava cosa onesta possedere l'oro, ma comandare a quelli che lo posseggono. 56 Poteva un così nobile animo non procurargli una serena vecchiaia? Ma vengo agli agricoltori, per non allontanarmi da me stesso. Allora i senatori, cioè dei vecchi, vivevano nelle campagne, se è vero che a Lucio Quinzio Cincinnato fu annunziato che era stato fatto dittatore mentre arava; e per ordine di lui dittatore il comandante della cavalleria Gaio Servilio Ahala uccise Spurio Melio che intrigava per usurpare il potere. Dalla campagna venivano convocati in senato sia Curio che gli altri vecchi; dal che furono chiamati "corrieri" quelli che li andavano a chiamare. Forse fu dunque miserevole la vecchiaia di costoro, che si dilettavano nella cura dei campi? Certamente, a parer mio, non so se possa esistere (una vecchiaia) più felice, e non solo per la funzione, poiché la cura dei campi è salutare per l'intero genere umano, ma anche per il diletto di cui ho parlato e per la grande abbondanza di tutte le cose che servono al sostentamento degli uomini, anche al culto degli dei e, giacché alcuni sentono il bisogno di queste cose, ormai riconciliamoci con il piacere. Infatti sono sempre rifornite la cantina, l'orciaio, e pure la dispensa, di un padrone buono e solerte, e tutta la villa è ricca, abbonda di porci, capretti, agnelli, galline, latte, formaggio, miele. E gli stessi agricoltori chiamano l'orto una seconda dispensa. E la caccia e l'uccellagione rendono queste cose alquanto piacevoli anche nelle attività superflue. 57 Che dire di più sul verde dei prati o sui filari degli alberi o sulla bellezza delle vigne o degli oliveti? Taglierò corto: nulla può esistere di più redditizio per utilità e di più gradevole alla vista di un campo ben coltivato. E a godere di esso la vecchiaia non solo non ci è di impedimento, ma anzi ci invita e ci alletta: dove infatti può quella età o meglio riscaldarsi standosene al sole o davanti al fuoco, oppure rinfrescarsi più salubremente sia all'ombra sia con l'acqua? 58 Si tengano dunque le armi, i cavalli, le lance, la clava e la palla, le cacce e le corse; a noi vecchi, dei molti giochi, lascino gli astragali e i dadi; e di questi quale dei due vorranno, giacché la vecchiaia può essere felice senza di essi.

XVII. 59 I libri di Senofonte sono molto utili per tante cose; vi prego, leggeteli attentamente, come state facendo. Con quanta abbondanza viene da lui lodata l'agricoltura in quel libro che si occupa dell'amministrazione del patrimonio di famiglia intitolato "Economico"! E—perché capiate che nulla a lui sembra così degno di un re quanto la cura della coltivazione dei campi—Socrate in questo libro racconta a Critobulo che Ciro il giovane, re dei Persiani, che eccelleva per l'ingegno e per la gloria del comando, quando lo spartano Lisandro, uomo di straordinario valore, venne da lui a Sardi e gli portò i doni da parte degli alleati, non solo fu affabile e cortese in tutto il resto verso Lisandro, ma gli mostrò anche un parco recintato, diligentemente seminato. E Lisandro, mostrandosi ammirato sia dell'altezza degli alberi sia dei filari disposti in "quincunce" (= a scacchiera) sia del terreno dissodato e pulito che della soavità degli effluvi che promanavano dai fiori, disse che egli ammirava non solo la cura, ma anche la perizia di colui dal quale quelle cose erano state disegnate e tracciate; e Ciro rispose: "Sono stato proprio io a disporre ogni cosa: miei sono i filari, mio il tracciato, inoltre molti di questi alberi sono stati piantati di mia mano." Allora Lisandro, guardando la porpora di lui e l'eleganza del corpo e l'abbigliamento persiano con molto oro e molte gemme, disse: "A ben ragione in verità, o Ciro, ti dicono beato, perché la fortuna si sposa alla tua virtù."

60 Dunque di questa buona sorte è concesso godere ai vecchi e l'età non impedisce di occuparci, fino all'estremo limite della vecchiaia, sia delle altre cose sia innanzitutto dell'agricoltura. Sappiamo poi che Marco Valerio Corvino continuò fino a cento anni, vivendo nei campi, ad età già inoltrata, e avendo cura di essi; e addirittura tra il suo primo e il sesto consolato intercorsero quarantasei anni; e così, quello spazio di tempo che i nostri avi stabilirono come inizio della vecchiaia, fu per lui la durata della sua carriera politica;43 e l'ultimo periodo della sua vita fu più felice di quello di mezzo, poiché aveva maggiore autorità e minori gravosi impegni. Coronamento della vecchiaia è dunque l'autorità.

61 E quanta ve ne fu in Lucio Cecilio Metello, quanta in Aulo Attilio Calatino! Per il quale (fu scritto) quel famoso epitaffio: "La maggior parte degli uomini concorda che quest'uomo fu il primo del suo popolo." é noto l'intero carme inciso sul suo sepolcro. Dunque (era) a buon diritto autorevole lui, sulle cui lodi era concorde l'opinione di tutti. Che uomo abbiamo visto poco fa in Publio Crasso, pontefice massimo, e poi in Marco Lepido,44 insignito del medesimo sacerdozio! E che dire di Paolo o dell'Africano o, come già ho detto prima, di Massimo? La loro autorità si manifestava non solo con la parola, ma anche con un cenno. La vecchiaia, specie di chi ha ricoperto incarichi pubblici, possiede un'autorità così grande da valere di più di tutti i piaceri della giovinezza.

XVIII. 62 Ma ricordatevi che in tutto il mio discorso io lodo quella vecchiaia che poggia sulle fondamenta della giovinezza: da qui deriva quel che io dissi col consenso di tutti, che è ben misera la vecchiaia che si difende a parole: né i capelli bianchi né le rughe possono conquistare di colpo l'autorità, ma una vita passata, vissuta con rettitudine, raccoglie gli estremi frutti dell'autorità. 63 Infatti queste cose che sembrano di poco conto e banali, sono esse stesse lusinghiere: essere riveriti, ricevere visite, vedersi cedere il passo, vedere gli altri che si alzano in piedi, essere accompagnati e riaccompagnati (a casa), essere consultati; queste cose, sia presso di noi che in altre città, quanto più sono morigerati (i costumi) tanto più diligentemente vengono osservate. Si narra che lo spartano Lisandro, di cui poco fa ho fatto menzione, fosse solito affermare che Sparta fosse la casa più degna della vecchiaia: in nessun luogo infatti si dà tanta importanza all'età, in nessun luogo la vecchiaia viene più rispettata. Ed anzi ancora si ricorda che ad Atene, in occasione dei giochi, essendo un tale già avanti negli anni entrato nel teatro tra una folla strabocchevole, non gli fu trovato un posto in nessun settore da parte dei suoi concittadini; essendosi invece avvicinato a degli Spartani i quali, poiché erano ambasciatori, sedevano in posti riservati, si racconta che tutti questi si fossero alzati in piedi e avessero accolto il vecchio a sedere tra di loro. 64 Poiché a costoro furono tributati numerosi applausi da parte di tutto il pubblico, uno di essi disse che gli Ateniesi sapevano cosa era giusto fare, ma non lo volevano fare. Nel vostro collegio45 vi sono molte cose eccellenti, ma soprattutto questa, che ci riguarda, che chiunque sia più avanti negli anni possa esprimere il proprio voto prima degli altri, e gli àuguri più anziani hanno la precedenza non solo rispetto a coloro che sono superiori ad essi per dignità, ma anche a quelli che ricoprono magistrature di comando.46 Quali piaceri del corpo sono dunque paragonabili ai privilegi dell'autorità? Coloro che di questi hanno fatto un nobile uso mi pare che abbiano ben recitato la commedia della vita e non abbiano fatto fiasco all'ultimo atto, come inesperti istrioni.

65 Ma i vecchi sono brontoloni, irrequieti, irascibili e difficili, e in verità pure avari. Ma questi sono difetti del carattere, non della vecchiaia. E tuttavia l'intrattabilità e questi difetti che ho enumerato, hanno qualche attenuante, certo non legittima, ma che sembra possa essere sensata: credono di essere disprezzati, trascurati, derisi; inoltre in un corpo fragile ogni offesa risulta molesta. Tutte queste cose tuttavia diventano più leggere con le buone abitudini e le virtù; e ciò,sia nella vita che sulla scena, si può capire da quei fratelli protagonisti dell' "Adelfi":47 quanta durezza nell'uno, quanta affabilità nell'altro! Così stanno le cose: infatti come non tutti i vini, così non tutti i caratteri inacidiscono con la vecchiaia. Approvo la severità nella vecchiaia, ma, come le altre cose, con una certa misura; l'asprezza, invece, (non l'approvo) in alcun modo. 66 L'avarizia senile, poi, non capisco a cosa tenda: può infatti esistere qualcosa di più assurdo che chiedere tante più provviste quanta meno strada rimane

XIX. Rimane la quarta ragione, che sembra più delle altre opprimere e rendere angustiata la nostra età: l'avvicinarsi della morte, la quale non può certo essere lontana dalla vecchiaia. Oh, misero il vecchio che non si è accorto che in una vita così lunga la vecchiaia deve essere disprezzata! Essa o si deve del tutto trascurare, se estingue lo spirito, oppure deve addirittura essere desiderata, se lo conduce in un altro luogo dove vivrà in eterno; non si può certo trovare una terza ipotesi. 67 Di cosa dunque devo aver paura, se dopo la morte sarò o non infelice o addirittura beato? D'altronde chi è tanto stupido, benché sia giovane, da essere certo di vivere fino a sera? Anzi proprio quella età (la gioventù) ha molte più occasioni di morte della nostra: i giovani contraggono le malattie più facilmente, più gravemente si ammalano, più difficilmente si curano; e così pochi giungono fino alla vecchiaia. Se non accadesse questo, si vivrebbe meglio e più accortamente: infatti nei vecchi c'è riflessione, saggezza e ponderatezza e se non esistessero (i vecchi) non sarebbero sorti gli Stati. Ma torno alla morte che incombe: che colpa è questa della vecchiaia, visto che vi sembra che è in comune con la gioventù? 68 L'ho sperimentato con il mio ottimo figlio e tu, Scipione, coi tuoi fratelli destinati ai più alti onori, che la morte è comune ad ogni età.

Ma il giovane spera di vivere a lungo, cosa che il vecchio non può ugualmente sperare. Scioccamente lo spera: cosa c'è infatti di più stolto che ritenere certo quel che è incerto, vero quel che è falso? Ma il vecchio non ha neppure qualcosa in cui sperare. Però egli si trova in una condizione migliore (di quella) del giovane, perché quel che questi spera, egli l'ha già raggiunto: quello vuol vivere a lungo, egli a lungo ha già vissuto.
69 Anche se, santi numi!, che significa "a lungo" per la natura umana? Dammi infatti il tempo più lungo, aspettiamoci l'età del re dei Tartessi48—vi fu, infatti, come vedo scritto, un certo Argantonio a Cadice, che regnò per ottant'anni e ne visse centoventi—; ma non mi sembra neppure durevole una cosa in cui vi sia un certo limite. Quando infatti esso arriva, allora ciò che è passato è svanito; rimane quel tanto che hai conseguito con la virtù e con le azioni rette; se ne vanno le ore, i mesi, gli anni e il tempo passato non ritorna mai più, né si può conoscere il futiro. Ognuno deve accontentarsi del tempo che ci è concesso da vivere. 70 Infatti l'attore, per piacere, non deve ultimare la rappresentazione, purché si faccia apprezzare in qualsiasi atto abbia recitato e il saggio non deve arrivare all'"Applaudite!": infatti una breve durata della vita è abbastanza lunga per vivere bene e con onestà; se poi (la vita) si protrarrà più a lungo, non bisogna dolersene più di quanto se ne dolgano i contadini quando, passata la dolcezza del tempo primaverile, siano arrivati l'estate e l'autunno: la primavera, infatti, simboleggia quasi la giovinezza e mostra i frutti futuri, mentre le altre stagioni sono idonee a mietere e a raccogliere i frutti. 71 Frutto della vecchiaia è, poi, come ho spesso affermato, il ricordo e l'abbondanza dei beni conseguiti in precedenza. Tutto quel che avviene secondo natura deve essere annoverato tra i beni; e cosa c'è così secondo natura che per i vecchi morire? Cosa che capita ugualmente ai giovani, ma con l'opposizione e la resistenza della natura. Perciò mi sembra che i giovani muoiano così, come quando la forza di una fiamma viene domata da un copioso getto d'acqua, mentre i vecchi come quando, senza nessuna coercizione, spontaneamente un fuoco consumato si spegne; e come le mele, se sono acerbe, vengono con la forza strappate dagli alberi, mentre cadono se perfettamente mature, così la violenza strappa la vita ai giovani, ai vecchi la maturità. E questa mi è talmente piacevole che, quanto più mi avvicino alla morte, mi sembra quasi di veder terra e di stare per approdare finalmente in porto dopo una lunga navigazione.

XX. 72 Non esiste, d'altronde, un termine certo della vecchiaia, e in essa si vive bene finché si riesce ad assolvere e a far fronte all'obbligo del proprio dovere e a disprezzare la morte. Da qui deriva che la vecchiaia è anche più coraggiosa e più forte della giovinezza. E questo spiega ciò che fu risposto al tiranno Pisistrato da parte di Solone, quando a quello che gli chiedeva in che cosa fidando gli si opponeva così pervicacemente, si dice che abbia risposto: "Nella vecchiaia". Ma la fine migliore del vivere è quando, con la mente ancora lucida ed i sensi funzionanti, la stessa natura disfa la propria opera che essa ha messo insieme; come una nave, come un edificio, li distrugge molto più facilmente colui che li ha costruiti, così la medesima natura, che ha così bene strutturato l'uomo, lo dissolve; inoltre ogni corpo formato da poco si disgrega con facilità, mentre se è antico con difficoltà. Pertanto quel breve residuo di vita non deve essere desiderato avidamente dai vecchi e non deve essere abbandonato senza motivo. 73 E Pitagora vieta che ci si allontani dal proprio presidio e corpo di guardia della vita senza il permesso del comandante, cioè del dio. C'è poi un detto del saggio Solone, con cui egli afferma di non volere che la sua morte sia priva del dolore e del pianto degli amici; vuole, credo, essere caro ai suoi. Ma non so se (dice) meglio Ennio: "Nessuno mi onori con le lacrime né mi faccia le esequie con il pianto." Pensa che non si debba piangere una morte a cui subentri l'immortalità.

74 Forse può esserci una qualche sensazione di morire, e per un breve istante, specie per un vecchio, ma dopo la morte la facoltà di sentire o è desiderabile o non esiste. Ma ciò deve costituire motivo di riflessione da parte della giovinezza, affinché non ci preoccupiamo della morte; senza tale riflessione nessuno può stare con l'animo sereno: infatti è certo che si deve morire, non si sa se in questo medesimo giorno; chi potrà mantenere un animo saldo, se teme la morte, che incombe ad ogni istante? 75 Mi sembra che sull'argomento non ci sia bisogno di molti discorsi, quando io ricordi non Lucio Bruto, che fu ucciso nel liberare la patria, non i due Deci, che spronarono la corsa dei cavalli verso una morte volontaria, non Marco Attilio, che partì verso il supplizio, per tenere fede alla parola data al nemico, non i due Scipioni, che vollero sbarrare la strada ai Cartaginesi persino coi loro corpi, non tuo nonno, Lucio Paolo, che pagò con la morte l'avventatezza del collega49 nella vergogna di Canne, non Marco Marcello,50 la cui morte nemmeno un crudelissimo nemico51 tollerò che fosse privata dell'onore della sepoltura, ma le nostre legioni, cosa che scrissi nelle "Origini", spesso partite con animo forte e fiero verso quel luogo da cui pensavano non sarebbero tornate mai più. Dunque quel che disprezzano dei giovani, addirittura non solo ignoranti, ma anche zotici, dovranno temere dei vecchi acculturati?

76 Infine, come davvero mi sembra, la sazietà di tutte le inclinazioni arreca la sazietà della vita; vi sono inclinazioni precise della fanciullezza: forse che i giovani le rimpiangono? Ve ne sono nell'incipiente giovinezza: forse le reclama la salda età che è detta di mezzo? Ve ne sono anche di questa età: neanche queste si ricercano nella vecchiaia. Vi sono infine inclinazioni tipiche della vecchiaia: dunque quando tramontano le inclinazioni delle età precedenti, così tramontano anche quelle della vecchiaia; e quando ci'ò accade, la sazietà della vita porta con sé il tempo maturo della morte.

XXI. 77 Non vedo infatti perché non dovrei osare dirvi cosa io stesso penso della morte, poiché mi sembra che io giudichi meglio quanto più mi avvicino ad essa. Io credo che i vostri padri, il tuo, o Scipione52, e il tuo, o Lelio,53 uomini famosissimi e a me tanto amici, vivano, e proprio quella vita che sola si deve chiamare vita. Infatti, finché siamo rinchiusi in questa prigione del corpo, adempiamo ad un certo dovere di necessità e con grave fatica: infatti l'anima celeste si abbassa dal suo altissimo domicilio e quasi sprofonda in terra, luogo contrario alla natura divina e all'eternità. Ma io penso che gli dei immortali abbiano disseminato le anime nei corpi umani, affinché esistessero coloro che custodissero la terra, e che, contemplando l'armonia delle cose celesti, la imitassero con la condotta ed il contegno della vita. E non solo il ragionamento e la discussione mi hanno indotto a credere questo, ma anche la reputazione e l'autorità dei più grandi filosofi. 78 Sentivo che Pitagora e i pitagorici, quasi nostri compatrioti, i quali una volta erano chiamati "filosofi italici," non avevano mai messo in dubbio che noi avessimo anime emanate dalla divina intelligenza. Inoltre mi venivano spiegate le cose su cui Socrate aveva dissertato, nell'ultimo giorno della sua vita, circa l'immortalità delle anime, egli che era stato giudicato dall'oracolo di Apollo il più saggio di tutti. Perché ancora tante parole? Di questo mi sono convinto, questo sento: così grande è la velocità dello spirito, così grande il ricordo delle cose passate e la preveggenza di quelle future, tante le arti, tante le scienze, tante le invenzioni, che non può essere mortale quella natura che contiene queste cose; e poiché l'anima sempre si muove e il suo movimento non ha principio, perché si muove da sé, il suo moto non avrà neppure una fine, perché non abbandonerà mai se stessa; e poiché la natura dell'anima è semplice e non ha mescolato a sé nessun elemento eterogeneo, non può essere divisa; e se non può essere divisa, non può morire; ed è una convincente prova che gli uomini conoscono la maggior parte delle cose prima di nascere il fatto che, pur fanciulli, imparando nozioni difficili, così rapidamente si impadroniscono di numerosissime cose, che non sembra che le acquisiscano allora per la prima volta, ma le ricordino e le richiamino alla mente. Questa all'incirca è (la dottrina) di Platone.

XXII. 79 In Senofonte,54 poi, Ciro il vecchio, moriente, dice queste parole: "Non crediate, miei carissimi figli, che io, una volta dipartito da voi, non sarò in nessun luogo o non sarò più nulla. Infatti, finquando stavo in mezzo a voi, non vedevate la mia anima, ma capivate dalle cose che facevo che essa si trovava in questo corpo; dunque dovrete credere che essa stessa esista, anche se non vedrete nulla. 80 E in verità non perdurerebbero dopo la morte le onoranze verso gli uomini illustri, se le loro stesse anime non facessero niente per farci conservare più a lungo il loro ricordo. Io, poi, non sono mai riuscito a convincermi che le anime, fino a quando risiedono nei corpi mortali, siano vive, mentre quando si dipartono da essi, muoiano, né in verità che l'anima allora diventa priva di senno quando evade da un corpo privo di senno, ma che allora diventa sapiente quando, liberata da ogni mescolanza col corpo, inizia a divenire pura ed integra. E ancora, quando la natura dell'uomo viene disfatta dalla morte, è chiaro dove va a finire ciascuno degli altri costituenti: vanno a finire tutti lì dove hanno avuto origine; soltanto l'anima, invece, non appare né quando è presente né quando è dipartita. 81 Inoltre vedete che nulla è tanto simile alla morte quanto il sonno; e le anime di coloro che dormono mostrano massimamente la propria natura divina: infatti quando sono rilassate e libere riescono a prevedere molte cose future; dal che si comprende come esse saranno, quando si saranno sciolte del tutto dai legami dei corpi. Perciò, stando così le cose, veneratemi—disse—come un dio; se poi l'anima è destinata a perire con il corpo, voi tuttavia, che siete rispettosi degli dei, i quali custodiscono e reggono tutta questa bellezza, conserverete il ricordo di me con devozione ed affetto." Questo disse Ciro in punto di morte; noi, se vi aggrada, guardiamo i nostri esempi.

XXIII. 82 Nessuno mi persuaderà mai, o Scipione, che tuo padre Paolo, o i tuoi due nonni, Paolo e l'Africano, o il padre dell'Africano o suo zio materno, oppure molti eccellenti uomini, che non è il caso di enumerare, si cimentarono in tante gesta che tendevano al ricordo della posterità, se non pensavano nel loro animo che la posterità potesse riguardarli. O forse pensi—per vantarmi un po' da solo alla maniera dei vecchi—che io mi sarei sottoposto a tante fatiche di giorno e di notte, in pace ed in guerra, se avessi dovuto delimitare la mia gloria negli stessi confini della vita? Non sarebbe stato molto meglio trascorrere una vita priva di impegni e tranquilla, senza alcun affanno e contesa? Ma non so come, l'anima mia, erigendosi, guardava sempre verso la posterità come se, una volta dipartita dalla vita, allora finalmente avesse vissuto. Che se poi non fosse così, che le anime sono immortali, le anime di tutti i migliori non tenderebbero in massimo grado alla immortalità ed alla gloria. 83 E che? Poiché quanto più uno è saggio tanto più muore con animo sereno, e quanto più è stolto tanto più (muore con animo) angosciato, non vi sembra che quell'anima, che più distingue e più in profondità, veda che essa parte verso cose migliori, e quella invece, la cui vista sia più ottusa, non lo veda? Davvero mi sento struggere dal desiderio di vedere i vostri padri, che ho amato e venerato, né in verità bramo di raggiungere solo quelli che ho conosciuto, ma anche quelli dei quali ho sentito parlare, ho letto ed io stesso ho scritto. E non certo facilmente, una volta che sarò partito, mi si potrà trattenere né ricuocermi come Pelia [la maga Medea aveva persuaso le figlie del re Pelia, che tramava contro Giasone, a tagliare a pezzi il padre e a cuocerlo, in modo da restituirgli la giovinezza]. E se qualche dio mi concedesse di tornare fanciullo da questa età e di vagire nella culla, rifiuterei decisamente, e non vorrei certo, una volta percorsa quasi tutta la pista, essere ricondotto dal punto di arrivo a quello di partenza.55

84 Cosa di positivo ha infatti la vita? O piuttosto quale travaglio non ha? Ma ne abbia pure (di cose positive), tuttavia ha certamente sazietà o misura. Non mi piace, infatti, deplorare la vita, cosa che spesso hanno fatto in molti ed anche saggi, né mi pento di essere vissuto, benché io sia vissuto in modo da non credere di essere nato invano, e mi allontano dalla vita come da un albergo, non come da una casa: infatti la natura ci ha dato un alloggio per sostarvi, non per abitarvi. O felice il giorno, quando partirò per quel divino consesso e convegno di anime e mi staccherò da questa ressa e da questa confusione! Partirò infatti non solo verso quegli uomini di cui prima ho parlato, ma anche verso il mio Catone, di cui nessun uomo è nato migliore, nessuno più dotato di amore filiale; il cui corpo è stato da me cremato, mentre invece sarebbe stato giusto che da lui (fosse cremato) il mio, e la sua anima, non abbandonandomi, ma volgendosi a guardarmi, se ne andò senza dubbio in quei luoghi dove egli stesso vedeva che anche io sarei poi venuto. Se vi è parso che io abbia con animo forte sopportato questa mia sventura, non l'ho certo sopportata con animo sereno, ma mi consolavo pensando che non sarebbero stati lunghi tra di noi il distacco e la separazione.

85 Per queste cose, o Scipione—ciò infatti hai detto che sei solito ammirare assieme a Lelio—, mi è lieve la vecchiaia, e non solo non mi è di peso, ma anzi mi è piacevole. Se poi sbaglio nel ritenere che le anime degli uomini siano immortali, sbaglio volentieri, e non voglio, finché vivo, che mi si strappi da questo errore di cui sono lieto; se poi da morto, come alcuni pseudofilosofi ritengono,56 non sentirò nulla, non temo che dei filosofi morti possano deridere questo mio errore. Se invece non siamo destinati ad essere immortali, tuttavia è desiderabile per l'uomo spegnersi al tempo giusto: infatti la natura, come per tutte le altre cose, così anche per il vivere ha una misura; la vecchiaia, poi, è per la vita come l'atto finale di un dramma, e di essa dobbiamo evitare la stanchezza, specie una volta raggiunta la sazietà.

Questo avevo da dire sulla vecchiaia. Voglia il cielo che ad essa giungiate, in modo da poter provare con la vostra esperienza le cose che avete udito da me!



1 Tito Pomponio Attico (109-32 a.C.), il migliore amico di Cicerone, dai tempi della gioventù fino alla morte di questi

2 I versi citati sono tratti dagli Annales di Nevio e sono le parole con le quali un pastore si rivolge al console Tito Quinzio Flaminino, durante la guerra contro Filippo V di Macedonia, per consigliarlo sulla tattica da adottare per aggirare la postazione nemica

3 Attico fu così chiamato perché soggiornò ad Atene per oltre venti anni

4 filosofo peripatetico del III secolo a.C., il quale, in un trattatello sulla vecchiaia, narra il mito di Titone, sposo di Aurora, la quale aveva per lui chiesto l'immortalità, dimenticandosi di chiedere anche l'eterna giovinezza, per cui Titone invecchiava perpetuamente

5 Marco Porcio Catone (234-149 a.C.), avversario degli Scipioni, tradizionalista e favorevole al costume patrio contro le innovazioni ellenizzanti, che per lui corrompevano la vita politica e morale dei Romani

6 Gaio Lelio, console nel 140 a.C. Ad esso Cicerone dedicò il trattatello sull'amicizia. Scipione Emiliano, detto anche Scipione Africano Minore, dopo la distruzione di Cartagine del 146 a.C.

7 Sapiente

8 il generale ateniese (530-461 a.C.) vittorioso contro i Persiani a Salamina nel 480

9 desertica isola delle Cicladi

10 Quinto Fabio Massimo, detto Cunctator, il Temporeggiatore, per il suo modo "attendista" di combattere

11 legge proposta dal tribuno Marco Cincio Alimento, che proibiva remunerazioni e doni per il patronato in giudizio

12 Quinto Ennio (239-169 a.C.), autore degli Annales

13 dal tribuno Quinto Voconio Saxa, la legge proibiva di nominare eredi le donne

14 Lucio Emilio Paolo, padre di Scipione Emiliano, vincitore a Pidna nel 168 a.C. e la cui figlia aveva sposato Marco Porcio Catone Liciniano, figlio primogenito di Catone

15 Scipione l'Africano

16 davanti al magistrato

17 Cecilio Stazio, celebre poeta comico

18 Sesto Elio Peto Cato, console nel 198 a.C., oratore e giurista

19 console nel 280 a.C., famoso giurista

20 Publio Licinio Crasso, console nel 205 a.C. con Scipione, giurista

21 nella Ciropedia, in cui narrò la vita e le gesta di Ciro il Grande, re dei Persiani

22 il vecchio e saggio re di Pilo, consigliere di Agamennone

23 Agamennone

24 Aiace Telamonio, cugino di Achille e solo a questi secondo per valor militare

25 la tribuna degli oratori nel foro romano, ornata dei rostri presi alle navi nemiche

26 re dei Numidi, fedele alleato di Roma contro Cartagine

27 Publio Cornelio Scipione adottò il figlio di Emilio Paolo, appunto Scipione Emiliano

28 Cecilio Stazio

29 Appio Claudio Cieco

30 filosofo e matematico della scuola pitagorica

31 Lucio Valerio Flacco, collega di Catone nel consolato e nella censura

32 riferimento volutamente anonimo e sprezzante di Cicerone ad Epicuro

33 questo onore era stato attribuito a Duilio a vita, per le sue vittorie navali

34 la dea Cibele, venerata in Oriente sul monte Ida come madre degli dei, il cui culto venne introdotto a Roma perché si credeva che solo in tal modo Annibale sarebbe stato sconfitto

35 colui che moderava la discussione a tavola e sceglieva le bevande era detto 'magister bibendi'

36 il posto d'angolo del letto a destra della mensa era considerato il 'summus locus', cioè il posto d'onore

37 famoso attore romano

38 Caio Sulpicio Galo, celebre studioso di astronomia

39 Livio Andronico, poeta comico ed epico

40 oggi "erpicatura"

41 il "De agricultura"

42 "Le opere e i giorni"

43 l'età di quarantasei anni segnava il passaggio alla "seniorum aetas"

44 Marco Emilio Lepido, console nel 187 a.C., che fece costruire la via Emilia da Piacenza a Rimini

45 quello degli àuguri, cui appartenevano Scipione e Lelio

46 consoli, dittatori, pretori...

47 Demea e Micione, i vecchi fratelli protagonisti della commedia di Terenzio

48 Tartesso era una città spagnola alla foce del fiume Baetis, oggi Guadalquivir

49 Caio Terenzio Varrone

50 Marco Claudio Marcello, che espugnò Siracusa nel 211 a.C.

51 Annibale

52 Emilio Paolo

53 Caio Lelio, console nel 190 a.C.

54 nella Ciropedia

55 calx, -cis = calce, è il termine della corsa, che si segnava tirando una linea con la calce; carcer, -eris = sbarre, erano le sbarre che trattenevano, alla partenza, i carri per le corse nel circo

56 si riferisce agli Epicurei


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